Omelia di padre Giancarlo, domenica 8 Luglio 2012. dalla chiesa di S. Giorgio Martire – Petrella Tifernina (CB)

19 luglio 2012

Carissimi fratelli e sorelle, è con un grazie immenso che inizio il mio breve messaggio di speranza valorizzando proprio questa bella chiesa che il Signore ha regalato al Molise, lungo le strade dell’itineranza dei pastori antichi.

Un gioiello della chiesa romanica.

Qui parlano le pietre, non i marmi lussuosi, ma la semplicità e la chiarezza della pietra, con la forza che la pietra ha quando è incisa nei capitelli, nel Fonte Battesimale, nella dimensione quotidiana di quest’armonia; a indicarci che oggi a parlare a Nazaret non è una persona strana, ma una persona quotidiana.

Mi piace molto questo Gesù falegname, operaio, detta in termini di oggi precario, piccolo e vero, umile, con il sudore sulla fronte e le mani callose, come tanta gente oggi che vive l’angoscia del domani, che si interroga sul futuro.

Questo è il Vangelo di oggi, è questa la bellezza anche di questa pietra che parla delle cose vere, fatte bene e con amore.

Questa mattina ho partecipato a una processione a Castel Petroso, molto semplice, senza spari, senza cantanti, senza luminarie, ma con tantissima preghiera, è bello vedere le cose autentiche, vere, quotidiane; come è bello apprezzare tre cose che questo Vangelo ci lancia in maniera immediata.

La prima è la bellezza e la quotidianità, la santità del lavoro di tutti i giorni, benedetto il sudore dei nostri contadini che mietono le bellissime colline del Molise, benedetto il sudore dei nostri artigiani, degli operai, delle persone che dedicano il tempo agli altri, benedetto il sudore delle nostre mamme nell’esperienza quotidiana di tutti i giorni.

Il secondo messaggio ci viene dal fatto che anche Gesù ha una parentela, ha la mamma, ha un papà che gli ha insegnato il lavoro nel sudore di tutti i giorni, ha le cugine e i cugini. Vengono nominati  per nome in questo Vangelo, a indicare che anche Lui ha gioito, ha camminato, ha imparato, anche Lui è stato aiutato e corretto.

Quanto è bella la vita di un paese quando c’è pace, una parentela dove ci si vuol bene, ci si capisce, come purtroppo è altrettanto brutto quando non ci si capisce, quando non c’è armonia, quando ci sono divisioni.

E la terza immagine è proprio questa, l’immagine del paese, mai poteva capitare un dono così bello di questa messa, in una regione umile, piccola e semplice, tra le più piccole d’Italia, quale è il Molise, ma così carica di messaggio, di speranza, di dignità e di valori come Nazaret.

Ecco perché anche da questo Vangelo nasce per noi e per tutti i piccoli borghi d’Italia “e l’Italia è fatta di queste piccole cose”,  antiche, ma preziose, fatte di queste pietre di questa bellezza artistica, per valorizzare il bello, il quotidiano che già c’è, perché là dove c’è la fragilità ci dice Paolo “…quando sono debole è allora che io sono forte…”. Penso ai malati, agli handicappati a Domenico quel ragazzo in carrozzina che ho visto stamattina, l’esperienza di chi è non vedente, di chi è in carcere, di chi ha mille problemi nella vita, di chi non trova lavoro “…quando sono debole è allora che sono forte…”.

Questo Vangelo raccoglie veramente tante lacrime, ma ci dice anche che nella debolezza, nella fragilità, nelle angosce, lì c’è Dio.

Come è bella quell’esperienza che noi diciamo tutti i giorni “…dacci oggi il nostro pane quotidiano…”.

Ogni giorno lo chiediamo il pane quotidiano, un Dio quotidiano, una fede quotidiana. Questo è ciò che il Signore ci chiede, è questo ciò che il Signore oggi ci lancia.

Nell’esperienza come è bella quella frase del Concilio, che io vorrei la imparassimo tutti a memoria, veramente, quando nella Gaudium et spes n. 22 dice :”…Cristo ha pensato con mente d’uomo, ha agito con volontà d’uomo, ha amato con cuore d’uomo, ha lavorato con mani d’uomo…”.

Ecco chi è Gesù, ha pensato, agito, amato, lavorato come tutti noi, con lo stesso sudore, ma con quella bellezza che solo Lui ha potuto dare trasformando ogni cosa.

Chiudo questo mio rapido messaggio con lo sguardo ad un capolavoro che voi in questa Chiesa avete, che mi ha sempre colpito.

Voi avete qui un battistero, che è un gioco, un capolavoro, quasi un quiz, che indica e riassume il messaggio che ora vi ho dato.

E’ fatto di fiori con petali diversi di numero, c’è il numero tre, il numero quattro, il numero sei e il numero otto e mi spiego subito: il numero tre è evidente, è il simbolo della Trinità, poi c’è il fiore con quattro petali, è il simbolo del cosmo, i quattro punti cardinali, il mondo, il creato, la sua bellezza; poi c’è il fiore con sei petali a indicare il sesto giorno e la fragilità dell’uomo, perché quando un bimbo, un uomo entra nel fonte battesimale è fatto della natività, della realtà naturale della quotidianità della vita, ma quando riemerge dal fonte battesimale è l’uomo dell’ottavo giorno. Ecco il numero otto ed ecco perché il fonte battesimale esprime proprio in questi numeri la grandezza di un Dio, ecco la Trinità, la perfezione del cosmo, la fragilità di ciascuno di noi nel numero sei, ma anche la nostra meravigliosa vocazione.

Noi dobbiamo passare dal sei all’otto, cioè dalla fragilità alla nuova creazione che Dio ha posto.

La fragilità è evidente, ma Cristo è più grande della Sua fragilità e nella fragilità diventa il Risorto, colui che ha vinto la morte e ci ha restituito speranza.

Così sia per ciascuno di noi, una vita che apprezza il sudore quotidiano, il pane quotidiano, ma che alza gli occhi  al cielo, questo bellissimo cielo azzurro che ci dice: “grazie Signore ci hai fatti di terra, ma ci hai fatti per il cielo”, come la Vergine Maria, come i Santi, come il cammino di ogni uomo.